Ebbene si, avete letto bene…una parte di me e del mio libro, in corso. Sto scrivendo un libro, piano piano, che possa far capire a tutti chi sono io e le persone ipersensibili, di cui anch’io, ovviamente, ne faccio parte, e nel contempo che sia anche una sorta di auto-biografia; infondo me lo devo, lo devo a me stessa e ai miei quasi 40 anni di vita. Una vita piena di domande, contrasti, sofferenze….e sarà tutto li, nero su bianco!

Ognuno, nella propria vita, si vede appiccicare addosso una lunga serie di epiteti. I miei, che ho iniziato a collezionare fin da piccola, sono tutti quanti legati da una parolina (anche se non è solo questa) che attraversa da sempre la mia esistenza: troppo.

Troppo ingenua, troppo emotiva, troppo caritatevole, troppo permalosa, troppo narcisista, troppo gentile, troppo nervosa, troppo fissata, troppo esagerata, troppo polemica ( vero mamma?), troppo sensibile.

Sono ipersensibile e ho dato un nome al mio essere “diversa” soltanto a 37 anni suonati. Le persone ipersensibili, sono, per definizione, “caratterizzate da una maggiore sensibilità a stimoli interni ed esterni, e costituiscono il 15-20% della popolazione mondiale”. Ma come si spiega ad una persona esterna cosa significa davvero avere una “maggiore sensibilità”?

Me lo sono chiesta a lungo. E’ molto difficile spiegare la normalità, figuriamoci se dobbiamo addentrarci in qualcosa di specifico e sconosciuto! Scavarsi dentro è difficile, soprattutto quando ogni emozione ti viene addosso come un treno in corsa. Soprattutto quando sei soltanto te stessa e ti senti dire “Non ti è mai mancato niente e ingigantisci sempre tutto” – “Sei troppo trasparente, come i bambini. Non ti sembra di essere un po’esagerata?” – “L’ansia vera tu non la conosci.” – “Prova ad essere più leggera” – “C’è chi sta peggio di te e non fa tutte queste storie” – ” Prova a stare più rilassata” – ” Sorridi di più”. E la peggiore di tutte, “Perché sei così?”. Me l’hanno ripetuto così tante volte che ho iniziato a chiedermelo anche io. Perché sono fatta così? 

Crescendo in un piccolo paesino di montagna (il peggior ecosistema del mondo se si vuol vivere senza essere giudicati) sono diventata una sorta di libro delle stranezze: le avevo tutte. Una ragazzina sfigata, insignificante, presa in giro, edizione limitata. Fortunatamente, però, non sono quasi mai stata una persona arrendevole o inibita dal rifiuto e non ho mai dato troppa udienza a chi mi diceva di censurarmi o almeno ci provavo. Dopo anni, ho trovato l’immagine per spiegare agli altri come mi sento: provate ad immaginare di vivere con una bolla trasparente intorno, voi dentro e il mondo fuori. Questo è quello che sentono gli ipersensibili. Vivere così vuol dire essere immersi in un mondo vivido, intenso, dove tutte le emozioni sono amplificate, acute, costantemente a fior di pelle.

Il “troppo esagerata” me lo sono guadagnata essendo me stessa, perché è così che sei additata quando vivi la tristezza come profondo dolore e la gioia come autentico, pieno, puro entusiasmo. Vivere da persona ipersensibile significa cogliere mille sfumature in ogni dettaglio, sentirsi sommersi dalla stimolazione del mondo esterno ma anche da quello interno, e quindi dover imparare a gestire, ogni secondo, il sovraccarico, il che non è facile per niente. Ho sperimentato sulla mia pelle la particolare propensione delle persone ipersensibili all’osservazione profonda e a vivere le emozioni altrui come se fossero le proprie: questo perché quando ci sono tensioni e possibili conflitti nell’aria, io lo avverto quasi a livello fisico, pur non essendo coinvolta direttamente e il tutto mi innervosisce. Lasciandomi inutilmente coinvolgere dallo stato d’animo altrui,  ho accettato incosciamente di far entrare nella mia vita l’ansia, che di per se non esiste, è una sensazione che ti provochi per dirti a te stesso che nel tuo io c’è qualcosa che non va, spesso così forte da non farmi dormire.

Essere influenzati permanentemente con tutto ciò che ci circonda. Questo costante contatto emotivo fa sì che mi riesca più facile lottare per gli altri, piuttosto che per i miei stessi interessi. Reagisco alle ingiustizie sociali come se ne fossi direttamente coinvolta, diventando così la protettrice degli oppressi armata di una fortissima ma bellissima vena polemica. Per questa mia particolarità, ovviamente, gli epiteti si sprecano: avvocato delle cause perse e, in amore, fino a poco tempo fa, crocerossina ( capirete dal libro perchè). Per fortuna, l’empatia ha anche molti risvolti positivi: a volte significa sentirsi dire che siamo ottimi confidenti, che le persone si sentono libere di parlare di sé, che tendiamo per natura ad essere attenti agli altri, che tiriamo fuori il meglio nelle situazioni profonde. Ecco perchè questa mia scelta a prendere una qualifica in mental coach.

Avendo un’estrema difficoltà a gestire il sovraccarico di emozioni, per me sfogarmi è un bisogno impellente. Ed eccoci arrivati al punto più ingombrante. Sì, perché il grande elefante nella stanza quando si parla di ipersensibilità è costituito dall’emotività: in parole povere, se mi arrabbio e non posso sfogarmi come vorrei, piango molto. Tanto. Oppure sono cinque minuti di pura follia. Sono entrambe la mia valvola di sfogo.

Le lacrime, però, fanno paura: se piangi metti a disagio la gente, perché per gli altri il pianto è una cosa intima. Se mi arrabbio, invece, sono quella sempre incazzata. Non è contemplabile il “vivi e lascia vivere”. Non è contemplabile che una persona possa essere semplicemente sé stessa piangendo o incazzandosi, ma soprattutto non è accettabile: si accettano la superbia, il cinismo, l’arroganza, la falsità ma la sensibilità è presa in giro.

Quello che sto cercando di sottolineare è che essere ipersensibile nella società contemporanea implica il portare con sé il cartellino di fragile, perdente nella vita: sul libro, ci saranno scritti vari episodi su tutte le situazioni nelle quali sono stata derisa e lasciata in un angolino. Mi ricordo ancora quando a scuola, pur sapendo le lezioni non volevo andare alla cattedra per l’interrogazione “se continui a non parlare avrai problemi, non farai strada nella vita”, e ancora “le persone troppo emotive non sono divertenti”. Me le ricordo tutte queste frasi, sono sulla mia pelle troppo sottile e bruciano ancora se le tocco, perché mi urlano che a tutti è dato essere sé stessi, ma a me no.

In una società che premia l’essere competitivi, spudorati e sicuri di sé al limite dell’arroganza, gli ipersensibili cadono facilmente nella trappola di sentirsi inadeguati, e fanno uno sforzo sovraumano per assecondare gli altri e adattarsi alle loro aspettative, cosa assai sbagliata. La sensibilità è considerata un difetto, un punto debole emozionale che è visto come un limite, non come il paio d’ali che invece è. Si è sempre pronti a svalutare gli idealisti e i sognatori, l’avete notato? Quando un ipersensibile tenta di nascondere la sua sensibilità per adattarsi al contesto, tutti noi perdiamo qualcosa. Non credete sarebbe più povera una società in cui sono assenti l’immaginazione, l’intuizione e l’empatia?

Io non penso che gli ipersensibili siano persone migliori o peggiori delle altre. Siamo semplicemente diversi e unici, e credo sia importante proteggere e valorizzare la diversità e l’unicità, in ogni campo. Quel che è certo è che ho passato almeno trentasette anni della mia vita a difendere la mia libertà di essere come sono. A proposito di questo, vorrei inoltre evidenziare che l’ipersensibilità non è una malattia, e non è neppure una scelta: è una caratteristica genetica. Ogni volta che dite ad un ipersensibile che è troppo sensibile, che piange sempre o che è troppo incazzato, è come se diceste ad una persona nera che è troppo scura. Potete ripeterlo all’infinito, ma vedrete sempre la stessa pelle nera. Provate a fare uno sforzo: quando starete per pronunciare una di queste frasi, mordetevi la lingua: probabilmente l’ipersensibile davanti a voi lo sta facendo per non dirvi che invece voi siete un po’stronzi e anche un po’ manipolatori! Per fortuna si impara a riconoscere anche questi pazzi perversi.

Quello che mi preme di più comunicare, è che la mia ipersensibilità è la cosa di cui vado più fiera in assoluto. Certo, sono ansiosa e caricarmi sulla mia schiena i problemi altrui senza che nessuno me l’abbia chiesto mi stanca molto, avendo anche i miei problemi non da poco, ma la mia sensibilità è la cosa più bella che ho, perché mi rende più visibili le cose belle, le ingiustizie e perché mi fa credere di poter rendere, in minima parte, il mondo migliore di quello che è.

A tutti quelli come me dico: prendete coraggio e non vergognatevi di essere ciò che siete. Basta tentare di indurirsi. Basta nascondere la bellezza di ciò che siete. Non sentitevi strani, perché non siete voi da considerare sbagliati, ma piuttosto un mondo in cui l’arroganza, la superbia e l’avidità sono la norma.

Io, dalla mia parte, continuerò a non dormire la notte per qualsiasi cosa mi possa capitare in una giornata qualunque così come continuerò a scoppiare a piangere facendomi venire gli attacchi di panico o ad incazzarmi per ogni piccola ingiustizia, per ogni gesto che non mi piacerà, per ogni parola maldetta, per poi farmela passare in entrambe i casi. Dovevo fare l’avvocato, penso. Mi ci avreste vista?

Sonia